StoneFreeFestival 4/5 Agosto – Live Report dal Paese Fantasma

Inizio dalla fine o meglio ancora, dalle considerazioni finali: Lo stonefreefestival è stato un gran bell’ evento, Apice vecchia è un posto assurdo. La due giorni non era iniziata benissimo, arrivati in questo paese fantasma, Stefano Spina in arte Nimesse spacca due vetri contenenti suoi disegni e il palco che arriva è delle dimensioni sbagliate, sembra aleggiare qualche spirito malvagio sul paese sannita, notoriamente terra di streghe. Fortunatamente grazie al lavoro instancabile dei ragazzi dell’organizzazione, tutto viene risolto per il meglio e grazie ad un pomeriggio estenuante, al calar del sole tutto è pronto per le esibizioni o quasi. Oramai è buio quando finiscono i check e i Lamia sono costretti a rinunciare alla propia performance per la buona riuscita del festival. Allora iniziano gli Aquefrigide, con il loro suono furioso e pieno di rabbia, cantano con testi in italiano pieni di odio e feticismo. Suonano con soli chitarra e basso e basi mandate da un mac, insomma non fanno impazzire, un pò Fear Factory un pò Marilyn Manson “de noi artri”, si basano molto sul look, troppa forma e poca sostanza, per amanti del genere. Il castello di Apice via via si riempie, con una buona affluenza, quando iniziano a suonare i Petrol, la band di Dan Solo con un cantato in italiano ed un suono a tratti etereo, a tratti più compatto è figlia di gruppi come gli Scisma e delle vecchie band di Dan e Franz cioè Marlene Kuntz e Fluxus con in più l’uso dei synth. Il sound è scuro e cupo con improvvise esplosioni di luce. Brani come “L’ultima notizia è sempre la stessa” spiccano sugli altri per impeto e critica sociale del testo. Senza dubbio scolastici e impressionanti, non sembrano però rispecchiare l’etichetta di band che sarebbe piaciuta ad Antonin Artaud. Chiudono comunque con due pezzi ruvidi, come Wu Ming (dalla compilation Manituana) e l’inedito Now I Cry che alzano il livello complessivo della performance. Stremati dalla dura giornata torniamo a casa, per un meritato riposo, ma già pronti per il giorno seguente. La Domenica sembra essere sparita la sfiga che aveva accompagnato il festival nella giornata precedente. Tutto va per il meglio e appena passate le dieci, si inzia con il live dei Chaos Conspiracy che hanno un impatto dal vivo molto pesante, con aperture emo in stile At the drive-in e suoni densi ed aspri come nella migliore scuola hardcore di nuova generazione(Refused, Snapcase), virano rispetto al passato su un set strumentale, che a tratti perde di impatto, avvicinandoli a certa psichedelia in stile Isis. Dopo è il turno dei Poppy’s Portrait, che di psichedelico hanno in realtà poco se non in pochi brani, ma fautori di un suono indie molto vario, creano un live carico di emozionalità e aggressività, passando da brani ruvidi alla Motorpshycho, a parti country blues in stile Belle and Sebastian, ad altre più rumorose stile Quicksand/Cave in. Non dispiacciano affatto, anzi ammaliano con il loro set denso e variegato(non per niente ci rappresenteranno allo Sziget festival). Arriviamo così al delirio, quello da me tanto atteso, è il momento degli Zu. Il terzetto romano formato da basso, sax e batteria, sciorina brani corrosivi uno dopo l’altro, riuscendo a fare più rumore di band con tredici chitarre!!! Creano nel paese fantasma un suggestivo inferno sonoro dal quale sembriamo non poterne uscire vivi. Spaziano dall’improvvisazione free-jazz(per la verità poca) al doom, per poi arrivare all’hardcore a 3’000 all’ora. Stop&go velocissimi e precisissimi, con un batterista metronomo perfettamente affiatato con il basso più rumoroso di sempre, e un sax folle che quando non è suonato, viene percosso con vigore. Ci portano in un mondo fatto di fiamme, dove è forte l’odore di zolfo. Rumori inauditi devastano le nostre membra, facendoci tremare, così che anche il castello sopravvissuto al terremoto dell’80 sembra in procinto di crollare sotto i colpi di questo sisma sonoro. Un assolo di sax lieve come 1’000 elefanti in fuga ci allieta, basso e charleston che fanno sesso dando vita ad un suono mai udito prima, uno stupro sonoro che non ha paragoni. Staccano gli strumenti, riuscendo a creare suoni tantrici solo attraverso l’uso di jack ed effettiere. Perfetti, dal suono mastodontico, tutto sembra una continua improvvisazione, ma è solo impressione. Il set è curato nel minimo dettaglio, fatto per stordirti e non farti dimenticare mai cosa sono gli Zu. Probabilmente la miglior live band del pianeta. Questa edizione dello Stonefreefestival è stata davvero degna di nota, speriamo i ragazzi continuino sempre così.

Foto by Angelo Cusano

P.S. Si ringraziano: Umberto Kontrasto, Enrico, Giulio, Michele e tutta l’organizzazione.

Violent Lover

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