Pukkelpop 2007 – La Fine non è la Fine

Si presenta quest’ultima giornata di festival come la più lunga e senza respiro della mia vita. Questa è una di quelle giornate a cui ti prepari praticamente da sempre. Inizio il mio solenne viaggio musicale con gli Sparta, che a dire la verità alla lunga mi annoiano, e mostrano di essere la costola debole di quel mostro sonoro che corrispondeva al nome di At the drive-in. Mi muovo per sentire i Voxtrox ma mi accorgo subito che non fanno per me e vado via. Arrivo al Marquee stage che Albert Hammond Jr. ha gia incominciato e mi siedo ad ascoltare senza particolare attenzione il chitarrista degli Strokes ( a cui è profondamente debitore del suono, fino quasi al plagio), attendendo la band seguente. Arriva così il momento dei the Shins; la band dell’ Oregon è l’ideale per riposare le stanche membra e farsi cullare dalla loro miscela di rock, blues e folk americano, lo stage è strapieno e la loro spensieratezza riempie l’aria circostante, fino all’arrivo di “New Slang” accolta vibratamente dalla platea. Soli quaranta minuti da di pura serenità. Di ben altra pasta è invece il live di The Streets, aka Mike Skinner, un fomentatore di masse folle all inverosimile,si esibisce reppando i suoi brani piu conosciuti e improvvisando una cover di “Out of Space”, trova anche il tempo di deridere la sua piovosa Inghilterra, gridando che è bellissimo suonare con il sole che ti tocca il volto. Brani come “has you come to this” conservano l’intensità del disco senza perdere di impatto nel suono live, coverizza “I love rock’n’roll” inserendo delle parti “disco”e accenna in fine ai Red Hot Chili Peppers. Trascinatore. Ascoltiamo le battute finali del match Agoria vs. Oxia, giusto in tempo per ascoltare la hit di quest’ultimo “Domino” uno dei brani più suonati nelle disco di tutto il mondo, set minimale e compatto. Trentemoller live con la band è pura poesia elettronica, ttocca tutti i campi del genere, passando dall’industrial alla minimal, passando per l’elettro. Accompagnato da un basso e una batteria elettronica, Anders lavora dietro il synth creando atmosfere oniriche; “beatiful day without you”alla fine del set è pura estasi. Inizia così il nostro “tour de force” nella dance hall, dopo lo show del danese, è infatti il turno dei francesi Cassius, che dal vivo anche loro con la band sono a dir poco travolgenti, suoni funky/house, celebrano i loro brani storici come “sound of violence” o “my feeling for you”, con l’accompagnamento di una vocalist coloured, che ne amplifica la qualità; sono il massimo del coinvolgimento, anima e sudore. Arriva così degli attesissimi, pompatissimi e osannatissimi Justice, che iniziano il loro live con “genesis”, trasformata per l’occasione in una preghiera pagana lunga 5 minuti, piena di suoni caustici e bassi ultra acidi, che ci accompagneranno per tutto il set. Devo essere sincero, alla lunga il loro “rumore” stanca, non trascina ma infastidisce, se non fosse per quel monolite sonoro rappresentato dal duo “Waters of Nazareth/We are your friend”, rimarrei deluso, ma quei dieci minuti finali bastano a soddisfarmi. Arriva così il momento dei Nine Inch Nails, che a dire il vero riesco a vedere solo per una ventina di minuti, persomi nei vari venditori ambulanti di cibarie, ma in tempo per riscontrare la potenza e il tiro sempre ottimo della band di Trent Reznor, brani come Pinion e Head Like a hole sono fulmini di guerra, lampi che squarciano il buio. Corro come un bambino, agile veloce come non mai, stanno suonando i Sonic Youth. Arrivo e Thurston Moore sta ingaggiando un duello chitarristico con Lee Ranaldo, ma è un duello fisico, reale, non solo di suoni, sono due spadaccini che si contendono il trono di “sonico” del secolo, scontro fisico in cui Moore cede ma solo per rialzarsi più forte di prima, rinvigorito dalla lotta. Quello che segue è poesia in musica, una violenza sonora che ti trasporta nella galassia Sonica da cui non puoi fuggire. Chiudi gli occhi e inizzi un viaggio fatto di suoni e colori, di brani che ami e che non scorderai. Suonano tutto “Daydream Nation” ed è puro piacere. Estasi. L’ultimo concerto di questa tre giorni e quello che più bramodi vedere, è dei Tool. Un oggetto non ben identificato, che realizza il live più bello della tre giorni, tra fuoco, fiamme e popoli non ancora conolizzati, portano il pubblico ad uno stato mentale alterato, che permette al quartetto di guidarlo dove vuole, negli orizzonti degli stati mentali, i Tool sono la perfezione e le parole non contano. Giunge così al termine il mio racconto, consapevole che “la fine è solo l’inizio del più splendido ricordo”.

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(Apparat live)

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